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Mio padre
“Una mattina / mi son svegliata / ed ho trovato / l’ invasor…”
Cinesi, marocchini, serbi, e altri.
— Già – mi son detta – se non qui, dove? Città della Pace, multietnica, multiculturale.
Camminavo, superavo gruppetti di gente e sentivo lingue a me sconosciute.
Vuoi vedere che l’italiano non lo parla più nessuno? E il nostro dialetto?
— Moglie e buoi dei paesi tuoi – diceva mio nonno che di nome faceva Francesco Giuseppe e che, oltre al nome, portava anche i baffi come il suo imperatore. Era morto di crepacuore quando la figlia prediletta aveva sposato “el talian” ma prima, e nel pieno delle sue facoltà mentali, l’aveva diseredata. Perbacco: questa era la sua terra e la difendeva anche a schioppettate se necessario.
Ma era un buon cristiano: messa e comunione tutte le domeniche e che importava se i famigli dormivano con le bestie? C’è uomo e uomo! Lui si muoveva per i suoi campi con frustino e calessino. Già, i suoi campi…
Ora non ci sono più. Al loro posto schiere e schiere di condomini. Gente di mille colori e di mille idiomi li abita. Strani nomi sui campanelli.
Penso al nonno che si rivolta nella tomba e penso a quel “talian”, mio padre, che tra le tante cose mi ha insegnato l’uguaglianza tra gli uomini.
Continuo la passeggiata e dritta, dritta, vado ad iscrivermi ad un corso di cinese. Prima o poi anch’io andrò ad “invadere” altre terre.